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Visti da lontano

L'ANGELO E IL SUO VIOLINO

L'ANGELO E IL SUO VIOLINO - pianezzesi

Giovedì 17 giugno 2010, poco dopo il tramonto, si è realizzato un piccolo grande evento musicale nella pieve di San Pietro di Pianezza. Non previsto e per questo autentico.
Un concertino dal titolo “Sonorità classiche alla Pieve” organizzato dagli Amici dell’arte con la partecipazione di Andrea Tedesco al pianoforte e la figlia Fabiola al violino.
Sono stati eseguiti brani di Pergolesi, Kreisler, Sarasate, Wieniawsky e soprattutto del maestro Niccolò Paganini (Cantabile in re maggiore).
L’evento è stata la Pieve con gli affreschi del 1400 di Giacomo Jaquerio.
L’evento è stata la musica che si è diffusa tra le pareti delle antiche navate per poi uscire dai due portoni aperti all’aria fresca della sera ed incontrarsi con l’ultimo canto degli uccelli e mescolarsi al coro della Dora gonfia d’acqua delle piogge di questi giorni.
L’evento sono state le persone uscite la sera per raggiungere quel posto un po’ in disparte ma molto speciale del nostro paese.
L’evento lieto, per Pianezza, è lei. La signorina “buon Ascolto”. 13 anni.
La scena o meglio il presbiterio, è stato tutto per lei.
Ha radunato, con il suo violino, nello stesso luogo, le sante palpitanti del grande pittore, Pergolesi e Paganini e persone amiche contemporanee del terzo millennio.
Ha mescolato la sapienza pittorica con il virtuosismo delle note.
Ha maneggiato l’archetto facendo vibrare le corde dello strumento e quelle dell’anima dei presenti.
Ha presentato ogni brano e ogni autore con spigliatezza e con l’immancabile augurio prima di ogni nuovo bravo.
Ha stupito il pubblico ricevendone calorosi applausi tutti quanti ben meritati.
Ha ricevuto un mazzo di fiori dal suo preside di scuola e l’omaggio dell’autorità.
Ha ringraziato, salutato, riposto il violino ed è tornata a casa con mamma e papà.         (18 GIUGNO 2010 - Aldo Giordana)

Lettera agli amici Pianezzesi
 
Qualcosa di bello, buono e giusto per Pianezza

Cari concittadini,
nella primavera che verrà si svolgeranno le elezioni comunali e si eleggerà una nuova e, speriamo, buona amministrazione. Per prepararci all’appuntamento dovremmo selezionare i futuri candidati sulla base di una semplice regola di trasparenza e di responsabilità: dite ciò che pensate e fate ciò dite. Non sempre i politici si comportano così. La scelta sarà importante per i Pianezzesi perché i cittadini contano sempre meno e direi, se siete d’accordo, non contano più nulla nelle decisioni che riguardano la loro vita e la vita della città. Soltanto un esempio in casa nostra: il Sindaco e la Giunta comunale hanno approvato l’ampliamento della discarica di Cassagna per portare un milione di tonnellate di rifiuti a Pianezza senza neppure informare preventivamente la popolazione e il Consiglio Comunale. Si trattava o no di una decisione importante per la vita dei Pianezzesi?
Oggi tutti dobbiamo riscoprire l’impegno civile di amministrare una comunità che significa prima di tutto attenzione e rispetto delle persone e dell’ambiente e poi, saper costruire, giorno per giorno, una catena di fiducia e di rapporti umani di buona qualità.
Certo, allo stesso tempo si deve agire in modo coerente, puntuale e anche determinato, mettendo in pratica le decisioni condivise per risolvere i problemi di tutti i giorni ma i metodi sbrigativi e compiaciuti del “ci penso io che so come si fa” lasciano sul campo le macerie di decisioni sbagliate o inutili, pasticci e non ultimo errori. Basterebbe ricordare che a Pianezza, per la prima volta, una struttura in cemento armato della scuola Nino Costa deve essere demolita perché realizzata con errori e senza i necessari controlli. E’ soltanto un esempio.
La prossima amministrazione dovrà cambiare il metodo di governare e attrezzarsi con un programma che non sia il solito elenco cattura voti in una gara a chi offre di più per poi essere riposto nel cassetto e dimenticato. Dovrà essere invece un buon programma che risponda ai bisogni dei nostri concittadini e soprattutto dovrà contenere cose buone, giuste e belle.
Proviamo a fare qualche esempio cominciando dalle cose belle. Pianezza ha una storia antica. La sua bellezza è stata riconosciuta da chi è venuto a viverci. Conserva veri e propri tesori come gli affreschi del 1400 di Giacomo Jaquerio della Pieve di San Pietro, oggi praticamente dimenticata. Dopo quasi 600 anni un grande architetto, Oscar Niemeyer ha firmato gli archi di cemento dell’edificio della Fata, oggi faticosamente liberato dall’assedio dei cartelloni pubblicitari. Chi ci ha preceduto ha fatto qualcosa di bello e possiamo farlo anche noi a cominciare dalla cura e valorizzazione degli edifici, dei giardini, delle strade, degli spazi pubblici. E poi bisogna togliere il brutto che è stato aggiunto. Una cosa bella, ad esempio, è la cultura diffusa, un patrimonio per tutti, soprattutto per i giovani, e non soltanto per pochi.
Qualcosa di buono e giusto dobbiamo farlo per le persone che abitano e vivono nella nostra città. C’è chi si trova in difficoltà per la mancanza di lavoro o perché il reddito non è sufficiente per una vita dignitosa. C’è chi ha il problema dell’affitto troppo alto o il mutuo. L’attenzione e la cura deve andare a chi si trova, a causa dell’età, della mancanza di salute, della condizione sociale o di straniero, in una situazione di debolezza e ha bisogno di aiuto. Impegnare le risorse per sostenere e garantire diritti a chi fa più fatica a vivere. E poi qualcosa per l’ambiente sempre più degradato dalle discariche e dal traffico. E ancora la difesa del territorio aggredito dalla cementificazione, oggetto di interessi immobiliari e trasformato, anche dagli amministratori pubblici, in merce di scambio per fare cassa.
Ciascuno di noi deve sentirsi coinvolto. Delegare tutto a qualcuno non risolve il problema. Possiamo ancora contare ma è importante muovere il primo passo. Sì, possiamo fare qualcosa di bello, buono e giusto per la nostra comunità. L’invito del Gruppo “Pianezzesi” è rivolto a tutti coloro che condividono le stesse preoccupazioni e sono disponibili per un impegno civico. In questi anni di turbolenza politica e di confusione dei partiti, il Gruppo è sempre stato aperto alla collaborazione con i cittadini, senza distinzioni, e con il movimento di Civica Piemonte. Ora si tratta di mettere insieme singoli, con o senza tessera di partito in tasca, gruppi e associazioni che sono disponibili per un primo obiettivo: preparare il programma ed un gruppo di persone da candidare per una nuova e buona amministrazione comunale del 2011. E’ un invito rivolto in particolare ai giovani. Non restate alla finestra a guardare ma accettate la sfida, riguarda il vostro futuro. Il gruppo “Pianezzesi” propone a tutti un incontro pubblico per venerdì 10 settembre alle ore 21 presso la sala di via Rosmini.
In attesa di incontrarci usate bene il vostro tempo, anche quello delle vacanze, con suggerimenti, proposte e confronti che potete far giungere a: pianezzesi@alice.it oppure leggere sul sito www.pianezzesi.com

Maggio 2010 - Aldo Giordana - Gruppo Consiliare Indipendente Pianezzesi.
 
 
COSA FANNO GLI ALPINI QUANDO SI LEVANO IL CAPPELLO?
Domenica 23 maggio 2010 è festa grande per gli alpini di Pianezza. C’è l’inaugurazione della nuova sede che coincide con l’ottantesimo compleanno dell’Associazione Nazionale Alpini, gruppo guidato da Franco Vernetti.
Le “penne nere” compaiono fin dal mattino per le vie del paese. Piccoli gruppi intenti a trovar parcheggio e poi a domandare indicazioni per la piazza Vittorio Veneto dove si radunano per l’omaggio ai Caduti.
La cosa che si fa notare è il linguaggio. Molti alpini non parlano italiano. Tra di loro parlano in dialetto. Spesso il piemontese ma anche altri dialetti. Parlano di ritrovi, di come è andata l’ultima volta. Di Bergamo e di altre città. Della lunga attesa, della giornata e del viaggio. Questi sono i discorsi della mattinata. Poi quando tutti sono in piazza la manifestazione prende corpo.
Il cappello è la prima cosa, la più importante. Tutti lo portano. Poi la camicia a quadri. Quasi tutti. E’ la divisa a riposo. Distingue bene i gruppi (sono presenti in 65) e colora lo spazio nella giornata di sole. Il resto è ufficialità. Le autorità civili e quelle militari. La fanfara Montenero in tuta mimetica, donne comprese, i personaggi in costume, Maria Bricca e il Semna Sal, i rappresentanti del Palio, i Brandeburghesi d’altri tempi, anch’essi in divisa e poi ancora divise di diversi colori. Tutti convenuti per festeggiare il gruppo alpini di Pianezza.
Comincia così la festa, con una corona d’alloro ai piedi del monumento ai Caduti per la patria e il ricordo di tutti gli alpini che sono morti in guerra e quelli che non sono più tornati “ a baita” come abbiamo imparato fin da ragazzini dai racconti del sergente nella neve. E qui si capisce qualcosa degli alpini. Quando qualcuno decise di spedirli in Russia per guadagnare qualche merito agli occhi del Fuhrer forse immaginava la solita missione con le invitabili perdite che sarebbero state presto dimenticate. Ed invece no. Dopo 70 anni i compagni di quella guerra non ci sono più ma gli alpini di oggi si trovano ancora per ricordarli. E questa è la terza cosa che fa l’alpino: ricordare.
Dopo lo squillo di tromba, il saluto militare e la mano sul cuore per i civili, segue la sfilata o meglio sarebbe dire la marcia. Il lungo serpentone prende forma dalle parole decise del maestro di cerimonia messo lì un po’ come un cane pastore che impartisce ordini per allineare i gruppi che diligentemente, appena un po’ distratti, cominciano a marciare. Il passo dell’alpino è la quarta cosa che lo fa diverso dagli altri passi. Solo gli alpini marciano come gli alpini.    
E marciando arrivano ai giardinetti della Chiesetta della Madonna della Stella perché qui si trova la nuova sede dell’associazione. Un luogo scelto con amore per il proprio paese perché la Madonna della Stella è il luogo forse più amato dai Pianezzesi, se non da tutti, sicuramente da quelli che contano tanti anni di vita a Pianezza. La Madonna della Stella non è soltanto la casa, ormai sbarrata da tempo, dove abita la patrona di Pianezza ma è anche un edificio medioevale con eccezionali affreschi che raccontano la vita della madre del Salvatore. E’ stato un luogo caro al pellegrino, al devoto, a chi domanda con la speranza di essere ascoltato. Questo luogo abbandonato per altre faccende celesti e terrene è adottato dagli alpini per riportare cura e attenzione come da sempre merita. La quinta cosa è saper spendersi per il proprio paese. Gli alpini hanno lavorato parecchio per recuperare il rustico annesso alla chiesetta. 8.000 ore di 50 volontari, 12.000 mattoni spazzolati per bene, 51.000 euro di raccolta per pagare le spese. Tutto volontariato senza costi per la collettività. E’ stato un lavoro fatto con dedizione. In una società in cui la regola è: “si dà per ricevere” è un bel esempio. La sesta cosa che fanno gli alpini è pregare (forse non proprio tutti) e quando si ritrovano in chiesa o davanti all’Onnipotente stanno in piedi senza neppure levarsi il cappello. Pregano con parole loro e partecipano alla santa messa con i gagliardetti e bandiere. L’ultima cosa che fanno gli alpini è portare nel cuore con grande amore il tricolore italiano. Dopo 150 anni dall’unità d’Italia e con i palazzi delle istituzioni occupati da fazzoletti verdi, non è poca cosa.
2 giugno 2010 - Aldo Giordana




SULL’ESEMPLARE GARA PER UN IMPIANTO SPORTIVO E SUGLI ULTIMI GIORNI DELLA SEDE DEL CIRCOLO 1°MAGGIO
Il Circolo 1° Maggio è stata un’associazione che fa parte ormai della storia di Pianezza. Un pezzo di storia scritto con impegno, sacrificio, sudore e forse qualche imprecazione da molti soci che hanno lavorato e messo soldi per costruire e tenere in piedi un circolo ricreativo e popolare. Poi la Storia, anche quella più grande, ha cominciato a scrivere pagine nuove in cui quell’esperienza non ha trovato posto e il circolo è stato chiuso. Aveva fatto il suo tempo. Restava in piedi una struttura tra le vie dei Prati e Maiolo. Il Comune, in virtù di una vecchia convenzione, l’ha riscattata e ne è diventato proprietario. Per un lustro non ha saputo che farsene, c’erano anche problemi amministrativi da chiudere. E’ rimasta lì ad aspettare tra un affitto estivo e l’altro per qualche ballata sudamericana. Per evitare che ortiche ed erbacce ne avessero il definitivo sopravvento, l’amministrazione comunale si è mossa. L’idea era quella di affidare l’edificio e l’area circostante ad una associazione di Pianezza. La destinazione rimaneva pur sempre sportiva ricreativa e quindi la proposta di affidarne la gestione ad una associazione locale sembrava la cosa giusta da fare.
Ora però il Comune, normalmente, si muove sulla base di regole stabilite e conosciute e quindi il primo passo è stato quello di approvare un Regolamento per l’affidamento di impianti e strutture comunali. Il secondo passo è stato quello di decidere a quale associazione affidare la struttura. Un’associazione che avesse due requisiti: senza scopo di lucro e operante sul territorio. La scelta più chiara, trasparente e ovvia è stata di invitare tutti ad una gara per aggiudicare a chi avesse presentato la migliore proposta di gestione. Terzo passo: l’amministrazione decide di chiedere a 60 associazioni e gruppi sportivi di Pianezza se sono interessati alla gara. Invitati praticamente tutti. Risposte: quattro. Dalla maratona di New York si è passati al calciobalilla a quattro. Resta pur sempre in piedi lo spirito sportivo di una gara.
Quarto passo: nonostante lo scarso interesse riscontrato, la Giunta Comunale procede e approva le condizioni del futuro contratto che sono molto chiare: durata nove anni con affitto, a regime, di 10.000 euro annui. L’associazione dovrà costruire, nel primo anno, tre nuovi campi da tennis. Le altre clausole sono ordinaria amministrazione. Partono le quattro lettere che danno il via alla gara. Tre concorrenti restano ai blocchi di partenza. Uno solo si lancia nella corsa che si rivelerà ad ostacoli e recapita al Comune la sua offerta. Purtroppo si tratta di un’offerta non valida perché invece di accettare le condizioni ne pone di sue all’amministrazione comunale. Fine della gara, primo esperimento fallito. Si riprende cambiando le condizioni di partenza. I nove anni del contratto possono diventare venti. Dipende. Da che cosa? Lunga e confusa discussione in Consiglio Comunale per modificare il Regolamento (articolo 7). Conclusione: tutta l’opposizione vota contro e gli assessori competenti (sono due) non riescono neppure a convincere tutti i consiglieri della maggioranza. Due si astengono. Comunque si riparte. L’arbitro riporta in campo i concorrenti. Dovrebbero essere in 60 al nastro di partenza, tutti coloro che sapevano che la durata era di nove e che adesso vengono informati che se investono soldi nella struttura possono gestirla per 20 anni. Nelle gare è la regola del “par condicio” ma non importa. A partire sono soltanto in quattro. Anche questa volta, sembra la stessa azione al replay. Al Comune arriva una sola offerta. Questa volta l’offerta è valida e a valutarla c’è una Commissione di gara la cui nomina è stata contestata perché sarebbe illegittima ma questi sembrano soltanto aspetti di dettaglio. L’offerta c’è ma ancora una volta è accompagnata da una domanda: un contributo di 400.000 euro e 20 anni di contratto. La Commissione si ferma. Non sa cosa fare. Aspetta direttive dalla Giunta Comunale che arrivano nel giro di quindici giorni. Sembra un’inversione di ruoli. Ora ad accettare le condizioni è il Comune.
Durata: 20 anni secondo richiesta. Contributo: da 400.000 richiesto si passa a 300.000 ma non per realizzare tre campi da tennis ma soltanto per due campi scoperti. L’affitto scende da 10.000 a 5.000 euro. 
Gara conclusa. Il 14 aprile 2009 cerimonia di premiazione. Podio con unico vincitore e unico partecipante. Dopo qualche tempo si viene a sapere che il vincitore non ha ritirato il premio perché si è presentata una nuova società sportiva, più o meno con le stesso nome.
Il vincitore, dopo tanta fatica, si è accontentato di partecipare all’1% del capitale della nuova società che, senza correre neppure un centimetro della gara, si è portata a casa l’intera posta.
Ma il Consiglio Comunale non aveva deciso in partenza che “il gestore di ogni struttura comunale destinata ad attività sportive, ricreative e culturali sarà scelto dall’Amministrazione Comunale tra le società sportive, le associazioni culturali e di tempo libero, le società cooperative aventi caratteristiche della partecipazione popolare senza scopo di lucro ed operanti sul territorio?
Se doveva finire così allora perché non fare una bella gara decidendo le cose chiare fin dall’inizio ed invitando tutti coloro che avessero interesse compresi quelli che avrebbero potuto costituire una società sportiva anche dopo aver vinto la gara? E ancora: Qual è l’interesse della comunità pianezzese: chi vince o il progetto delle attività da svolgere e le strutture da realizzare? Cosa deve garantire il Comune in termini di trasparenza: una gara vera con tanti partecipanti per scegliere l’offerta migliore o adeguare la gara alle richieste dell’unico partecipante?
Oggi l’amministrazione comunale ha annunciato un’assemblea pubblica per chiarire i termini dell’operazione. Benvenuta l’assemblea se c’è ancora qualcosa da chiarire anche se dalla vicenda che ci è passata sotto gli occhi abbiamo visto già molto. Già è stato anticipato che il nuovo centro avrà il fitness, la palestra e i corsi. Anche una piscina sorgerà al posto dell’attuale area verde. C’è da chiedersi se era proprio necessario spendere soldi pubblici per costruire una seconda piscina quando esiste già la piscina comunale?
Rimane un po’ di malinconia per il vecchio Circolo Primo Maggio che senza un centesimo di denaro pubblico aveva realizzato quanto oggi viene svenduto e cancellato come esperienza sociale e di partecipazione per finanziare lo “sport village”, nuovo tempio dove si entra per i riti dei corpi palestrati e della forma fisica mentre lo sport resterà fuori o in un cantuccio per salvare l’apparenza. (Settembre 2009)GRUPPO CONSILIARE INDIPENDENTEPIANEZZESI -  Aldo Giordana
 
P.S 24.4.2010.: la vicenda è continuata con lo stesso copione. Nell’ultima seduta di Consiglio Comunale è stata ulteriormente modificata la convenzione per consentire alla Società di presentare una fidejusisone che con la precedente convenzione non era in grado di presentare
           
 

 - pianezzesi
DEL GIARDINO DI VIA MAIOLO, DELLO SCAMPATO PERICOLO E DELLO SPRECO DI RISORSE PUBBLICHE
 
Il giardino, al momento, è salvo. Ha corso un rischio molto grave di essere distrutto ma a volte anche la superficialità con la quale si brandiscono decisioni così gravi, in alcuni casi, rari purtroppo, può diventare un’ancora di salvezza.
Il giardino in questione si trova in via Maiolo ed è annesso ad un vecchio edificio ormai degradato e da anni abbandonato. Si tratta di un giardino pubblico con giochi bimbi a disposizione del centro per disabili e dei cittadini del quartiere. Nella parte a confine con la proprietà dell’Istituto religioso, ospita il centro ricreativo, quasi inutilizzato, del cantoon Maiol. Lo stabile, di proprietà comunale, è un tipico edificio che conserva la caratteristica della vecchia villa e mantiene il nome del proprietario originario: Andreis.
Si tratta di una storica residenza signorile come quelle che la borghesia sabauda aveva preso a costruire nella campagna intorno alla nuova capitale del Regno d’Italia.
Il nome di Luigi Andreis compare nelle vicende pianezzesi nel 1865. Si tratta di un avvocato che, come altri notabili, fu Sindaco di Pianezza. Lo stesso cognome lo ritroviamo collegato al cascinale andato distrutto negli anni venti del secolo scorso per far posto all’attuale piazza Vittorio Veneto.
Ma quel angolo di giardino della nostra città non è soltanto un luogo appartato e in parte trascurato ma un testimone della storia del nostro paese e di un piccolo mondo vitale ormai scomparso.
La villa non è stata soltanto una anonima abitazione ma uno spazio di relazioni , di incontri, di feste, di conversazioni sulla porta di casa. Aspetti di vita quasi impossibili da ritrovare nell’abitare di oggi. E il giardino non è un optional ma fa parte integrale della villa. Non ci sarebbe villa senza giardino intorno. E il giardino esiste in quanto risultato del lavoro operoso di tanti giardinieri di tanti anni.
Chi ha conosciuto il giardiniere di villa Andreis ricorda il suo volto austero e preservato dalla patina del sole con i segni di una vita vissuta all’aperto. Occhi acuti e sguardo vigoroso, specchio di solide virtù. Un’ampia calvizie che fa pensare alla saggezza e all’esperienza di un lavoro antico. Grandi baffi bianchi spioventi, come si usava, che accentuano la magnificenza del luogo e del tempo. La camicia di cotone a righe, il colletto senza punte e le maniche arrotolate al gomito che rimandano all’operosità. Ed infine il grande grembiule, simbolo e indispensabile corredo di chi si aggira tra aiuole e serre. Della laboriosità restano oggi le tracce nelle sagome delle siepi di bosso allineate in disegni geometrici che riempivano l’area. La verticalità si esprimeva negli alberi ad alto fusto che vediamo nei pochi esemplari unici e ormai secolari. La cornice inquadrava il parco con il muro di cinta realizzato in pietre e mattoni; le stesse caratteristiche visibili ancora oggi in altre recinzioni di parchi e case dell’ottocento.
La proprietà, dopo diversi passaggi, giunse in possesso di un altro sindaco, il Cavalier Orazio Rapelli che la donò al Comune di Pianezza. L’edificio, in allora, venne sistemato per ospitare la prima scuola materna statale del paese che si aggiungeva all’unico asilo infantile gestito dalle Suore del Cottolengo.
La sede ben si prestava alle nuove necessità offrendo un ampio spazio verde per i giochi all’aperto ai piccoli allievi, una fortuna che non hanno più avuto quanti sono venuti dopo di loro, in altre scuole, neppure in quelle più nuove e recenti. Ad eterna riconoscenza, la scuola prese il nome del benefattore Orazio Rapelli.
Nel frattempo, in alcuni spazi di pertinenza e in parte del cortile, venne realizzato il centro socioteratipo, comunemente chiamato CST, per attività di scuola e riabilitazione di ragazzi disabili. Centro tutt’oggi funzionante.
La scuola invece, dopo la realizzazione di un nuovo edifico in via Musinè, venne trasferita. La struttura vuota è stata in seguito occupata da associazioni e da qualche altro ospite di passaggio. Divenne così la sede del Club Alpino Italiano e del Click Foto Club. La nuova destinazione durò fino a cinque sei anni or sono quando anche le associazioni traslocarono e per la vecchia villa Andreis fu l’inizio inarrestabile del declino e del degrado. Edificio sprangato, inutile e inutilizzato.
C’è stato un momento in cui, l’ultimo arrivato, pensò di utilizzarlo per una qualche finalità di privato sociale ma anche questa trovata durò lo spazio che intercorre tra il dire e il fare. Non si concluse nulla.
L’ultima novità è dell’amministrazione comunale. Nasce nel 2006 quando arriva in porto un piano di interventi di edilizia popolare con finanziamenti dalla Regione Piemonte. L’area di via Maiolo è interessata da un intervento di ristrutturazione dell’edificio per la realizzazione di edilizia per anziani con annessi servizi assistenziali, ma soltanto in maniera strumentale perché l’iniziativa è sostanzialmente una dichiarazione di intenti (fattibilità). Ed infatti l’esito non porta finanziamenti al Comune. L’idea è conservata in caldo per future occasioni che si presentano con un bando regionale nell’autunno 2009. La vicenda però prima si ingarbuglia, poi si dipana e infine si scioglie come neve al sole..
Atto primo. la scelta iniziale di ristrutturare l’edificio incontra l’ostacolo del parere favorevole della Soprintendenza ai beni ambientali. Un pezzo di carta necessario per poter mettere le mani su un edificio pubblico storico con più di cinquant’anni. Per il parere ci vuole tempo anche perché l’ufficio statale è oberato di richieste. Occorre impostare un piano B. Prima di sapere se si potrà abbattere l’edificio meglio pensarne uno nuovo da realizzare nel bel mezzo di giardino pubblico. Ma anche così la strada si fa in salita. Il Piano regolatore individua l’area con destinazione a Verde pubblico e quindi ogni intervento edilizio è interdetto. Ma la volontà è risoluta e quindi, con somma urgenza si prepara una variante del piano. A tambur battente gli uffici comunali predispongono e la commissione consiliare esamina. Ma anche qui sorge un problema: quello della cubatura. Prevedere nuova cubatura significa approvare una variante strutturale. Impossibile perché i tempi diventerebbero lunghissimi. Meglio una variante leggera che non aumenta la cubatura complessiva del piano ma la recupera da altre aree mantenendo inalterato il totale. Tempi rapidi e facile a dirsi. Un po’ meno facile a farsi perché a questo punto si apre una fase in parte comica e in parte purtroppo scoraggiante che si potrebbe definire “del trafficare sulle aree”. Dove prendere la cubatura edificabile mancante? La soluzione arriva martedì 22 settembre in Commissione Urbanistica. Si chiama progetto preliminare di variante del Piano Regolatore Generale. “Viene illustrata la variante n.16 e le verifiche urbanistiche che ne conseguono” come da verbale. Ecco la soluzione: prendere quanto serve dal PEC (Piano esecutivo convenzionato) numero 8, un’area edificabile nei pressi del Santuario di San Pancrazio. Da lì si porta via la cubatura trasferendola sul futuro bel fabbricato che sorgerà nel giardino di Via Maiolo che, nel frattempo, viene dichiarato edificabile. Problemi? Nessuno. I proprietari del PEC sottoposto a cura dimagrante non hanno mai presentato progetti e ciò fa pensare ad un interesse molto basso e poi viene autorevolmente confermato che ci sarà una futura variante generale che potrà “rimettere in gioco la potenzialità edificatoria che adesso viene sottratta”. Seppure ci troviamo in presenza di sofisticati ragionamenti di carattere urbanistico, anche in questo caso a farla troppo facile le cose poi si complicano. Atto secondo: nuova riunione della Commissione sull’argomento. Si discute sempre di variante 16 e lo scenario cambia. Bruscamente. L’amministrazione riferisce che sono piombati in Municipio i rappresentanti dei titolari del PEC 8 esternando il loro disappunto sulla “sottrazione” della capacità edificatoria che tradotta in lingua corrente significa un bel danno economico. L’ouverture della serata è completata dall’accusa alla minoranza di aver spifferato in giro l’argomento della riunione precedente. Chissà poi perché mettere in solo fascio soltanto la minoranza e non anche tutti coloro che conoscevano l’argomento e che erano almeno il doppio di numero? Chissà poi perché una decisione che risponde ad esigenze di pubblica utilità nell’esclusivo interesse della comunità cittadina deve rimanere nel segreto di una commissione consiliare che si riunisce in seduta pubblica? Forse bisognava trovare un capro espiatorio. Comunque il pezzo forte viene dopo. Con la stessa determinazione della prima riunione la proposta cambia completamente. Sempre per recuperare la famosa cubatura è congelata parte della zona residenziale Maiolo (C5), è preclusa la possibilità monetizzare piccole porzioni di aree, e per concludere rimane una piccola e simbolica sottrazione della famosa cubatura sul PEC8.
Dopo aver ripiegato in fretta e furia la prima proposta, arriva la seconda che diluisce di molto l’impatto della sottrazione allargando il numero dei possibili o ipotetici coinvolti. L’attenzione sulla manovra è meno concentrata e si disperde in maniera anonima.
Atto terzo: riunione del Consiglio Comunale del 13 ottobre. Ritirata generale.
Viene autorevolmente spiegato che dopo aver fatto due conti non era il caso di impegnare il Comune in una avventura economica il cui peso è stato inizialmente sottovalutato. Questa volta la montagna non ha partorito neppure il topolino.
Non era poi così difficile valutare fin dall’inizio le conseguenze e gli oneri che l’intervento presupponevano. Non era neppure necessario mobilitare tecnici e professionisti, il buon senso poteva bastare. Si potevano evitare sprechi di risorse, denaro e lavoro pubblico oltre ad inutili allarmismi sul piano regolare. Ma è così che si amministra il nostro paese.
Soltanto due esempi dell’inadeguatezza dell’amministrare pubblico e del procedere senza idee ma con sprechi di risorse pubbliche:
la villa Andreis non solo era soggetta a parere della Soprintendenza ma lo stesso Comune l’aveva classificata come edificio di tipo B nel documento di analisi delle caratteristiche tipologiche ed architettoniche degli edifici del centro storico e cioè: “edificio di carattere storico perché trattasi dei casi superstiti di edilizia civile di pregio con apparato decorativo ed elementi caratteristici”
Il secondo esempio è la ciliegina sulla torta costituita dal premio a spese del contribuente pianezzese di €. 1.902,00 circa assegnato ai tecnici comunali per la dedizione e l’inutile sforzo dimostrati nel redigere il progetto di una variante mai esistita.
30 Novembre 2009  Gruppo Pianezzesi – Aldo Giordana

Cosa sta diventando Pianezza?

Cosa sta diventando Pianezza? - pianezzesi
I vecchi Pianezzesi stentano a riconoscerla. I nuovi concittadini non conoscendone il passato la vedono per quella che appare e che si trasforma continuamente.
Entrambi devono fare uno sforzo per immaginare quella città che non è soltanto di cemento ma di cittadini, vecchi e nuovi che vivono in una comunità nella quale riconoscersi.
Il recente impetuoso sviluppo edilizio ha visto crescere la città non tanto di nuovi residenti ma soprattutto di nuove case, edifici industriali e capannoni, centri commerciali e autolavaggi, di strade e di rotonde. Questo è il risultato del piano regolatore approvato a metà degli anni novanta. Oggi più nessuno ne rivendica la paternità/maternità e, se nel frattempo le amministrazioni comunali sono cambiate, anche di colore, la cementificazione è cresciuta senza sosta. Le recenti decisioni della Giunta Comunale sono state orientate ad aumentare i volumi di cemento. Sono stati riconosciuti incrementi di cubature qui e là, trasformate aree verdi in aree edificabili, sono state ridotte e limitate fasce di rispetto per assecondare nuove edificazioni private. Persino un’area di pregio e di tutela come il sito del Masso Gastaldi subirà un pesante impatto dalla costruzione di un nuovo condominio grazie ad una variante al piano del centro storico. Ed ancora si progetta una centrale elettrica per devastare quel poco di ambiente naturale delle sponde della Dora Riparia.
La più ricca e fertile zona agricola servita da canali realizzati fin dal medioevo è stata sistematicamente saccheggiata per realizzare elettrodotti, circonvallazioni, cave, discariche e impianti di smaltimento rifiuti. Per ultimo sono in arrivo un milione di tonnellate di rifiuti nella discarica di Cassagna. L’ultimo incredibile intervento che si preannuncia è la distruzione del giardino pubblico di via Maiolo annesso alla Villa Andreis per costruire un condominio di 12 alloggi. Sono soltanto alcuni esempi di come un territorio sia stato trasformato e consumato non per essere migliorato ma sostanzialmente per depredarlo, senza un progetto di lungo respiro sulla città, qualche volta con l’alibi di realizzazioni per il bene della città.
L’unica vera scelta è stata la decisione di far crescere Pianezza da 10 a 15 mila abitanti. Tutto il resto si è tradotto in un calcolo infinito di metri quadrati e metri cubi di territorio da consumare e cemento da riversare in maniera sistematica, giorno per giorno.
In questo contesto, quando qualche vincolo od ostacolo si sono frapposti all’avanzata della cementificazione allora con zelo e prontezza è arrivata puntuale una variante, di quelle che servono a sistemare le cose. Ad oggi siamo arrivati al numero di 16 che dà l’idea dell’importanza della programmazione a lungo termine. Si tratta in gran parte di decisioni occasionali, improvvisate e frammentarie.
Tutto questo perché Pianezza ha fame di case? Se così fosse non si spiegherebbero i molti appartamenti vuoti, i negozi con le saracinesche abbassate, i capannoni con la scritta vendesi o affittasi. No. Non c’è bisogno di continuare a costruire, ma questo non è importante per chi gestisce la cosa pubblica. Più importante è assecondare la bolla speculativa del mattone, gli interessi di qualche lobby professionale o semplicemente di andare dietro al “mercato”. Soltanto tra il 2007 e il 2008 sono state costruite 1.000 nuove case. Una nuova casa ogni due abitanti arrivati negli ultimi dieci anni.
Una politica che si regge più sull’indifferenza che sul consenso dei cittadini salvo poi constatare, quando le conseguenze diventano devastanti, che forse si poteva anche fare scelte diverse.
Ed è proprio qui che si registra il vuoto di idee e di capacità di progettare qualcosa per il futuro della nostra città perché forse manca in partenza anche soltanto un’idea per una cittadina come Pianezza e manca la capacità di individuarne i bisogni sui quali progettare anche una trasformazione. La semplice idea che si possa recuperare e risanare l’esistente, senza continuare a distruggere non solo territorio libero ma persino aree verdi, non sfiora i nostri governanti locali. C’è un’immagine che potrebbe ispirare coloro che mettono mano alle mappe e alle planimetrie del territorio. Potrebbe forse orientare un nuovo percorso piuttosto che continuare con l’infinito mercanteggiare di metri quadrati. L’immagine o la sintesi è quella del pellegrinaggio. Se come “peregrinos” affrontiamo un cammino perchè vogliamo giungere ad una meta, allora occorre alleggerirsi, mantenersi sobri e frugali. Se lo zaino è troppo pesante, la fatica aumenta, il passo rallenta fino a fermarsi. Il peso ci schiaccia e ci costringe all’abbandono. Lo zaino di Pianezza è già troppo pesante, pieno di tante cose inutili e anche brutte che si continua a ritenere indispensabili. E’ il peso degli errori dettati dall’idea e dagli interessi che considerano il territorio una merce di scambio. Togliere e togliere è la prima idea. Altre idee poi possono essere sviluppate per il futuro della nostra città come ad esempio l’edilizia pubblica per alloggi in affitto a prezzi accessibili, il recupero dei volumi e del patrimonio edilizio esistenti, la trasformazione del territorio perfinalità d’interesse generale, la tutela del paesaggio e la valorizzazione dei beni culturali, la conservazione degli edifici storici e delle rovine, la salvaguardia delle grandi aree verdi e di valore ambientale, la cura e l’attenzione per il territorio agricolo, la ricomposizione di spazi comuni. In sostanza corrispondere ai nostri concittadini che hanno deciso di vivere a Pianezza per la qualità ambientale e che non vogliono ritrovarsi ancora una volta nella solita periferia anonima della grande città. 
Settembre 2009  (Gruppo “Pianezzesi” Aldo Giordana) pubblicato su: Punto di vista 2009

SUL “VOTO” ALLA MADONNA DELLA STELLA E SUI VOTI AI POLITICI

SUL “VOTO” ALLA MADONNA DELLA STELLA E SUI VOTI AI POLITICI - pianezzesi
La festa della Madonna della Stella è la festa patronale di Pianezza. In passato era la festa più sentita dai Pianezzesi. La “Madona” era un riferimento preciso di tempo, di luogo, di storia e di tradizione religiosa per la nostra città. La festa, autentica, manifestava un sentimento religioso e portava con sé un periodo di divertimento, le famose giostre in piazza, la madrina, la banda musicale e il suo sonetto, la vivacità economica della fiera del lunedì, le prelibatezze di alcuni piatti che venivano cucinati e serviti in tavola per l’occasione.
Alla festa partecipavamo tutti, in modi diversi, dai più piccoli ai più anziani.
Niente di speciale: succedeva la stessa cosa in tanti paesi uguali a Pianezza.
La parte religiosa della festa era particolare. Prima di tutto il luogo. La cerimonia più importante non si svolgeva nella chiesa madre, quella parrocchiale, dove di solito risiede il patrono della città, ma in una chiesetta campestre dedicata appunto alla “Madonna della Stella”. Un edificio antico e di grande pregio con affreschi risalenti al 1400. Un piccolo gioiello di storia e di arte molto amato dai Pianezzesi. Lì si celebravano i riti che cominciavano nove giorni prima (novena) con preghiere e benedizioni davanti alla statua della Madonna dalle braccia aperte e accoglienti. Senza bambino in braccio, quasi a voler abbracciare i Pianezzesi. Una statua anch’essa antica e di valore recentemente fatta restaurare dal Parroco.
Lì, la seconda domenica di settembre veniva celebrata la messa solenne, grande e cantata, in onore della patrona, Maria, Madonna della Stella. Liturgicamente il giorno è il 12 di settembre, santo nome di Maria, ma la tradizione fissava la festa alla seconda domenica di settembre.
La particolarità di questa devozione non stava esclusivamente nella sfera religiosa ma consisteva nel fatto che nel 1714 il Consiglio della Comunità, quindi l’istituzione civile, formulò un voto o una supplica alla Madonna per ottenere la liberazione da un morbo maligno, forse di natura influenzale. “Nel giorno della festa le autorità comunali e la popolazione si portavano in processione solenne, in ringraziamento per la protezione avuta e per impetrare nuovo soccorso”. Poi negli ultimi tempi la tradizione si è affievolita ed anche il riferimento si è fatto più incerto.
Oggi gran parte della cittadinanza non si riconosce nella festa. La partecipazione ai riti religiosi è ridotta. In parte perché non ci sono più i riti e in parte perché quelli rimasti sono cambiati. Il corteo votivo non porta più le autorità e la popolazione alla chiesetta ma percorre un itinerario inverso per raggiungere la Chiesa Parrocchiale che, per l’occasione, ospita la statua della Madonna. La partecipazione riguarda principalmente personaggi con ruoli di rappresentanza. Anche l’aspetto religioso è in parte derubricato ad una sorta di inaugurazione dell’anno sociale delle attività della Parrocchia. Resta una messa serale alla chiesetta ma la stessa giornata del rito, considerata ormai poco funzionale rispetto alle nuove abitudini della cittadinanza, è stata spostata all’ultima domenica di settembre, senza basi liturgiche o di tradizione ma perché più funzionale alle moderne esigenze. In queste recenti innovazioni è stato introdotto il cosiddetto “rinnovo del voto”. Ormai si ripete da alcuni anni. Si tratta di un richiamo al famoso “voto” del 1714 e l’episodio viene raccontato durante la celebrazione eucaristica direttamente dal Sindaco con fascia tricolore, gonfalone e vigili urbani in divisa da cerimonia.
Si tratta di una novità calata “dall’alto”. Della decisione non risulta traccia di un’approvazione della comunità civile o di quella religiosa. L’aspetto formale potrebbe anche non essere importante se altri aspetti lo diventano dal punto di vista del significato o della condivisione.
Il significato è perlomeno ambiguo. Non si tratta soltanto di raccontare un fatto del 1714. Per questo basterebbe un bravo lettore senza necessità di tricolori e stendardi.
Non è un voto perché nel nostro mondo secolarizzato e vivendo in una dimensione non più di cristianità, sarebbe difficile comprenderne il significato ma soprattutto sarebbe arduo attribuire legittimità al sindaco a compiere quel gesto in rappresentanza della città. Il sacro romano impero si è estinto da tempo. A ben vedere poi, proprio nel 1714 (quando ancora vigeva il Sacro romano impero), il rappresentante della comunità civile, davanti ad un notaio, formalizzò il “voto” che poi doveva essere un donativo, cioè alcuni doni alla chiesa insieme ad un impegno di onorare la Madonna. Ed in effetti non c’è un nuovo “voto”. Cos’altro potrebbe essere? Ascoltando il discorsetto del Sindaco davanti alla statua della Madonna sembrerebbe una via di mezzo tra un breve resoconto recuperato tra la polvere d’archivio e un aggiornamento della supplica per preservare Pianezza da nuovi flagelli. Tralasciando qualche “iperbole teologica” in cui è facile incorrere quando l’interlocutore non abita le umane istituzioni, resta da capire il senso dell’intervento. Si tratta di una preghiera? Perché allora la pompa del tricolore e il gonfalone? Le sacre scritture insegnano che i ricchi e potenti non vengono ascoltati, sopratutto quando esibiscono i simboli del potere e del denaro. Anzi, è il grido del povero (l’operaio della mietitura) che sale e arriva direttamente a Dio. In questo caso quindi sarebbe controproducente.
Ma se anche il messaggio trovasse ascolto, possiamo chiedere in futuro, ad un sindaco, di diversa o senza fede cattolica di pregare pubblicamente la Madonna? Dovrebbe anche lui prestarsi al rito ma allo stesso tempo sarebbe una violenza nei suoi confronti. Costringere un sindaco a pregare non avrebbe alcun senso. E poi, sempre la tradizione, ci ha insegnato che la preghiera è personale o è fatta a nome dei fedeli e quindi un’istituzione civile non avrebbe titolo ne legittimità ad un gesto che presuppone la fede. Conclusione: non è neppure una preghiera. Cosa resta? Un messaggio alla città, o meglio a quella piccola comunità raccolta in chiesa, simile a quelli che leggiamo sulla rivista comunale (Diamoci una regolata, sviluppo armonico, cultura è benessere, ecc…). Allora l’ultima domanda è: perché usare la chiesa? Molti politici cercano il consenso della chiesa, quasi fosse indispensabile. E se invece del consenso arriva qualche velata critica, apriti cielo. E’ cronaca di questi tempi e tutti abbiamo visto cosa può succedere in Italia se sei un direttore di giornale. Oggi il consenso è linfa che alimenta il potere, il mezzo che giustifica il fine. Senza consenso non conti nulla e allora tutto vale per recuperarne un po’. C’è stato un tempo in cui un tipo di politico (democristiano) non poteva sottrarsi all’obbligo della processione. Lo faceva con discrezione, quasi con contrizione, ben sapendo in cuor suo che il consenso arrivava soprattutto da ben altre cose più materiali. Oggi che i democristiani non ci sono più, alla processione ci vanno quasi tutti. Qualcuno poi si gonfia di sussiego, qualcun altro invade anche presbiterio, quel recinto riservato in passato al clero officiante ed oggi spalancato ai politici. Non sarebbe più semplice, e in questo caso forse anche più umile, tenere distinti i ruoli ma soprattutto distinguere la religione dalla politica? Non usare la politica per affermare i principi della fede e neppure usare la chiesa per ottenere il consenso alla propria politica? Non c’è già abbastanza confusione di termini: laici, laici-laici, laici cattolici, laicisti, cattolici, cattolici democratici, credenti, integralisti, quelli delle radici cristiane, cattolici per la vita, non credenti, atei semplici e atei devoti? Non c’è il rischio per l’istituzione comunale e per la chiesa di scambiare (o di barattare) il profano con il sacro al fine di ricavarne reciproci improbabili vantaggi? E lo stesso rischio non lo corrono proprio tanti cattolici “appiattiti sullo scambio dei benefici e dei favori, impoveriti di slancio profetico e pastorale”? (Pietro Scoppola 2001). C’è qualcosa che appare non autentico nella cerimonia del “rinnovo del voto” in cui il Sindaco si esprime “religiosamente” mentre nel mandato di tutti i giorni non ritroviamo altra parola, frase o gesto che abbia un lontano riferimento alla fede religiosa, quasi che soltanto nel chiuso di quattro mura consacrate si possa esprimere un sentimento religioso.
Avete mai sentito il Sindaco dire, ad esempio: “Dio vi benedica” ai suoi concittadini? Un augurio semplice, molto umano quasi paterno che abbiamo ascoltato perfino dal Presidente Obama. Forse quello che vediamo colorato dal folklore, dalle bandiere e dal gonfalone nella chiesa parrocchiale in fondo è soltanto esteriorità o esibizione oppure il lancio della palla al superball per restare all’esempio del presidente USA .
30 Settembre 2009  Gruppo Pianezzesi – Aldo Giordana
 

IL COMANDANTE GENTILE

IL COMANDANTE GENTILE - pianezzesi
Mario Castagno se ne è andato il 5 settembre 2009. Aveva compiuto 88 anni e negli ultimi tempi conduceva la sua vita tra la famiglia, i ricordi e lunghe passeggiate. Non era difficile incontrarlo, per le vie di Pianezza o seduto sulla panchina della piazza. Ultimamente portava il bastone. Era da sempre un buon camminatore. L’incontro con lui era spesso accompagnato da un saluto, un sorriso gentile e lo scambio di qualche parola. Per molti anni è stato il fabbro dell’officina di via Puccini dove lavorava il ferro battuto, la sua passione. Molti cancelli e cancellate di case sorte negli anni sessanta-settanta sono state realizzate in quella bottega, compresa quella del monumento al Colle del Lys.
Era conosciuto anche per il suo passato di partigiano e di comandante. Un ruolo importante che non ha mai esibito pur mantenendo viva la memoria della Resistenza. Castagno manteneva “il riserbo tipico dell’uomo del nord”. Era presente alle tradizionali celebrazioni degli episodi di guerra partigiana. Ancora all’ultimo raduno al Colle non ha voluto mancare. Comandante di brigata e di divisione, è stato il suo incarico durante la vita di partigiano che aveva iniziato poco dopo l’armistizio del 1943 e che portò a temine fino alla liberazione del 25 aprile 1945. Un impegno che ha pagato con il prezzo di scelte difficili durante la lotta ed ancora dopo la fine della guerra quando non sempre i partigiani erano considerati i liberatori della patria.
Ed invece è stato proprio così. C’è stato qualcuno che è salito in montagna, dalle nostri parti si raggiungevano le prime montagne sopra Valdellatorre o quelle delle Valli di Lanzo o di Susa. Dopo la grande umiliazione di un’Italia sconfitta nella guerra e sfasciata dal fascismo qualcuno decise di lottare per restituire un po’ di dignità al proprio paese. Non tutti lo hanno fatto. Qualcun altro decise per qualche posto protetto rimanendo alla finestra a guardare come andava a finire. Lì fuori i partigiani che combattevano, alla sera prima di accucciarsi in qualche baita a dormire, avevano la sola certezza che il giorno dopo potevano essere uccisi.
Castagno è stato un combattente, anche se negli ultimi tempi andava dicendo che in tutta la guerra partigiana non aveva sparato un colpo. La memoria qualche volta gioca con i desideri. La sua vita ha corso gli stessi rischi delle migliaia di partigiani che sono caduti ma è stata lunga forse per testimoniare, con la sua presenza tra di noi, il sacrificio di tanti.
 Da martedì 8 settembre mattina, giorno dei funerali, Castagno non è più tra noi. C’era un modo di dire nei momenti più difficili, quando si assaporava la disfatta e lo sbandamento dopo i rastrellamenti dei nazifascisti: fino a quando ci sarà un partigiano sulle colline la vittoria finale sarà nostra. Ormai sono passati quasi 65 anni da quando i fascisti sono stati sconfitti. Questa frase tornava alla mente guardando la bara posata sul piccolo prato della casa dei figli, attorniato dalle bandiere tricolori delle associazioni, dai famigliari, dai pochi vecchi e ultimi compagni rimasti, dagli amici e conoscenti, dal sindaco con fascia e qualche amministratore pubblico, non molti. Tornava alla memoria ascoltando gli amici del Colle del Lys che raccontavano di un uomo giusto e buono. Non c’era la grande folla di altri eventi o di altri funerali. Non c’era il gonfalone comunale. Si, sarebbe stato giusto rendere onore con il simbolo cittadino a chi rischiò la propria vita per restituire l’onore anche alla nostra cittadina così prodiga di onori verso coloro che non si sono schierati contro il regime fascista. Ad un resistente bisognerebbe rendere onore almeno quanto lo si fa per tanti altri. Anche i resistenti tedeschi gli avevano reso, ancora in vita, il giusto onore.
E’ stata una cerimonia semplice, partecipata e solenne nei gesti, nelle parole e nei simboli. E’ stato un momento autentico, guidato con attenzione dall’ANPI di Pianezza, in cui il vecchio comandante ha chiesto di combattere contro l’indifferenza e il revisionismo strisciante che piano piano riempie le nostre menti.
Settembre 2009 - Gruppo Pianezzesi - Aldo Giordana

Il giorno del 25 aprile è ancora il giorno dei partigiani.
Ogni anno ritornano per celebrare l’evento. Lo chiamano il giorno della liberazione.
Si comincia al camposanto dopo riposano i compagni caduti durante la guerra partigiana. Uno squillo di tromba, una benedizione, un saluto e una corona d’alloro.
Tutti gli anni sempre così, soltanto la tromba cambia un po’ la nota. Quest’anno sembrava perfetta.
Poi tutti si mettono in fila e formano il corteo per raggiungere la piazza Vittorio Veneto.
La polizia municipale con il gonfalone comunale, le autorità, il prete, i carabinieri, i rappresentanti dei combattenti, i marinai, i gagliardetti e le bandiere delle associazioni in festa ad accompagnare la bandiera dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Poi ci sono i nonnivigile visibili più che mai con i giubbetti giallo fosforescente e gli alpini con l’inseparabile cappello.
In piazza ad attendere sono schierati le ragazze e i ragazzi delle scuole accompagnati dal Preside. Un bel segnale. Sono venuti per cantare l’inno nazionale e per partecipare alla festa. Sono contenti di esibirsi e di non essere soltanto spettatori.
Il discorso ufficiale è affidato a Romano Vignolini, presidente della Sezione ANPI Albino Genova di Pianezza. Le sue parole risuonano chiare ed essenziali e si capisce che non sono di circostanza come spesso succede in altri discorsi. Sono vive perché trasmettono qualcosa che è ancora vivo. Lì vicino, accanto all’oratore, sono presenti due partigiani: Armando Aires seduto sulla sedia bianca e Euro Barsotti in piedi, ancora presenti dopo sessantaquattro anni dal giorno in cui hanno festeggiato il loro primo 25 aprile. Poi il lungo applauso che accompagna i nomi di chi è caduto. Ricevono onore e riconoscenza per quella scelta che hanno fatto tanti anni fa pagata con il prezzo più alto: la propria vita, per dare a noi che siamo venuti dopo la possibilità di vivere in un paese libero e giusto. Oggi la novità è che qualcuno vorrebbe cambiare il giorno della liberazione in giorno della libertà.
Si, all’apparenza sembra cambiare poco ma chi dice così forse è perché ha capito poco oppure vuole soffiare un po’ di confusione. Non ha capito che il 25 aprile celebra un evento storico preciso di liberazione dal nazifascismo. La parola liberazione è seguita da un “da” riferito a qualcosa, a qualcuno. Eliminare quella parola significa cominciare a dimenticare il male che è stato e rendere vano il sacrificio di chi l’ha combattuto.
Gruppo Pianezzesi - Aldo Giordana

 
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Le siepi del giardino di via Maiolo

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Inaugurazione della sede degli Alpini

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Il palio 2010 di Casorati

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Il palco

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Hanno vinto il palio

Pianezza s'é desta

Pianezza s'é desta - pianezzesi

Il grande faggio primavera 2009

Il grande faggio primavera 2009 - pianezzesi

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